Daystar e la “blood memory”: la danza dei nativi americani come atto politico e narrativo

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La danza è quel linguaggio che, oltre la musica e il vecchio cinema muto, annienta ogni barriera culturale. In realtà è un po’ più complicato di così: l’arte del corpo in movimento è soggetta a variabili socio-culturali più di quanto si pensi. Il testo qui riportato è un esempio (tra mille possibili) del significato profondo e complesso che la danza ha per alcune popolazioni: i nativi americani.
Rosalie Jones, in arte Daystar, è una coreografa nata nel Montana, in una riserva della tribù dei Black feet e la cui ascendenza è parzialmente Chippewa, da parte di madre. Ebbe l’opportunità di crescere al di fuori della riserva, in modo che il suo sguardo conservasse  tanto la prospettiva di un’estranea cresciuta tra i bianchi, quanto il senso di appartenenza alla cultura tribale. Possiamo quindi dire che il concetto dell’identità ibrida, che è un argomento centrale nella sua produzione artistica, la riguarda direttamente.

Nel 1980 fonda la sua compagnia: Classical dancedrama of Indian American,  successivamente ribattezzata in Contemporary dancedrama of Indian American,  per sottolineare la necessità per gli artisti nativi di combinare le loro tradizioni con uno stile più contemporaneo. Ma quanto è diversa la danza nativa rispetto alla danza occidentale?

Le differenze principali sono due: In primis, la danza nativa ha sempre avuto un ruolo chiave nelle cerimonie religiose, anche grazie al concetto di blood memory ovvero una specifica memoria, che aiuta a stabilire una connessione con le generazioni passate, infatti i ballerini credono di personificare i loro antenati durante la performance e tale fenomeno funge da tramite per unire anziani, giovani e antenati, eliminando così le barriere temporali.

Secondariamente, ballare è uno strumento di tutela per i diritti civili dei nativi americani sin dall’arrivo dell’uomo bianco. Infatti, la pratica del ballo è strettamente correlata alla sfera legale, in quanto i nativi la percepiscono come un documento ufficiale. Emblematico è un caso giudiziario del 1987: i popoli Wet’Suwet’en presentarono la loro rivendicazione di 60.000 chilometri di terra nella Columbia Britannica alla Corte dello stesso stato. Secondo loro, erano gli unici possibili proprietari di quella terra poiché i loro antenati hanno abitato quel luogo da tempo immemorabile. Non avevano comunque prove concrete per dimostrarlo, ma solo le storie orali del loro anziani; i totem, le canzoni e, naturalmente, le danze. La Corte però respinse tutti questi elementi come semplici performance. Solo nel 1996, la Corte Suprema canadese ha iniziato a tollerare la tradizione orale degli indigeni. Da quel momento in poi, le danze possono essere “rappresentate” non solo sui palcoscenici pubblici, ma anche come prove in sede legale, dal momento che sono un elemento essenziale dell’espressione culturale indigena.

Nella visione di Daystar, la danza è un atto politico, perché le permette di mostrare la propria cultura anche a un pubblico non nativo, al fine di sostituire la cosiddetta indianness – la rappresentazione stereotipata della cultura indigena, concepita e trasmessa dai bianchi fino a tardo ‘900 – con la propria auto-accettazione e consapevolezza identitaria.

Tuttavia, Daystar aggiunge alla danza una componente narrativa nella maggior parte delle sue opere come No home but the heart, una pièce (della quale si riporteranno solo alcuni episodi principali) che inscena perfettamente il concetto prima citato di blood memory, suo capolavoro che intreccia la storia nazionale, insieme alla storia intima della sua famiglia. Questo dancedrama (genere che unisce la pratica della danza alla parola recitata) riguarda quattro donne indigene, ognuna appartenente a una generazione diversa, che lottano contro l’assimilazione della propria gente a una società razzista e sessista. In questa rappresentazione troviamo alcune date: l’intenzione dell’autrice è incidere nella memoria del pubblico quei particolari frammenti di storia. Ma non appena le date più note e importanti entrano nella narrazione, sono seguite dal personaggio dello Spettro della morte, che suggerisce l’impossibilità di percepire il tempo come un fenomeno sotto il controllo umano. L’elemento biografico qui presente deriva principalmente, dai racconti materni sulla famiglia di Daystar: i personaggi principali sono la Bisnonna di Daystar; sua Nonna; sua Madre e se stessa, presentata come la Figlia.

La prima scena si svolge nel presente quando la giovane Figlia afferma per la prima volta: “Non ricordo dove sono nata”. Questa frase, tradisce confusione e spaesamento, affrontando indirettamente il problema più grande della perdita della terra, sempre connessa alla perdita di identità. La Figlia continua dicendo che è stata allevata dalle suore, battuta da intendersi come una denuncia rivolta al sistema delle scuole residenziali dirette dai cattolici ( in certi casi anche da protestanti), diffuse in tutto il Nord America: lì i bambini nativi erano costretti a dimenticare la propria lingua materna, la propria religione e le usanze familiari. Molti bambini tornarono a casa solo dopo anni per sentirsi completamente estranei tra gli abitanti delle riserve e non riuscire nemmeno più a interagire con i propri genitori. Quelli meno fortunati invece, sparirono semplicemente nel nulla. Solo di recente sono state scoperte larghe fosse comuni nei dintorni di alcune di queste scuole.

Ritornando alla pièce, a questo punto la Nonna entra nella narrazione. Ancora una volta, troviamo una sensazione di confusione in questa donna che cerca di salvare i suoi ricordi. Ma ciò che riesce a ricordare è la tristezza derivata da ciò che dovrebbe dare solo gioia: partorire. Questo dono naturale, questo potere femminile è stato trasformato in tormento dall’onnipresente miseria della riserva. La donna infatti non sapeva come nutrire e prendersi cura dei suoi figli: erano troppi, e la comunità era in gravi difficoltà.

Nell’undicesima scena, vediamo la Madre la quale rappresenta una donna di successo. Ma il benessere ha un prezzo, ovvero la perdita dell’identità: è diventata un’indiana invisibile, che si nasconde piuttosto che affrontare discriminazioni e difficoltà; ha venduto il suo sé esterno per soldi, ma dentro sa ancora chi è. La Madre indossa una maschera bianca, che rappresenta simbolicamente la sua falsa identità superficiale. Cammina diagonalmente attraverso il palco, come su una fune, per bilanciare il suo sé passato e quello presente. Nel frattempo, il narratore inizia a offendere lei e i suoi antenati, allora lei perde l’equilibrio e rischia di cadere, d’un tratto però si toglie la maschera e la sua danza cambia immediatamente: esegue alcuni passi tradizionali e canta fino a coprire la voce maschile del narratore, sfidando simbolicamente il patriarcato. Questa scena non ha alcun giudizio morale: rappresenta la realtà liquida dei nativi che spesso si trovano in una condizione ibrida e non possono essere incastrati in un’identità unidimensionale.

Nell’ultima scena, si svolge in l’aeroporto e il personaggio principale è la Figlia, infastidita da alcuni altri personaggi che le chiedono da dove viene e quali siano le sue origini. Tutti la vedono come una creatura esotica, a causa dei suoi lineamenti e cercano di scoprire la sua nazionalità. Non la vedono come un’americana quanto loro, è un’estranea nella sua stessa terra. Pertanto, l’aeroporto non è una coincidenza: lei si ritrova in questo limbo, un non-luogo, dove la gente va e viene e nessuno rimane. Potrebbe facilmente essere ovunque, perché le sue radici sono danneggiate per lei e sconosciute per gli altri; rappresenta l’alterità, in una società standardizzata. Lotta, si sbarazza degli altri ballerini mascherati, inizia a muoversi liberamente, e finalmente si ritrova: affronta il pannello con le sue antenate, le riconosce, comprende il proprio legame con loro. Riprende allora i movimenti della sua bisnonna, per mostrare che ha consapevolezza delle sue origini. In sintesi, quest’opera può essere letta come un’epica della danza nativa, nonché della resilienza dei popoli indigeni, per i quali tale pratica consiste in una tradizione che vede come obiettivo principale “guarire” chi si sente outsider, celebrando le identità complesse, grazie al ricordo e ai legami di sangue.

 

Giulia Gorella

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