Delilah Gutman: la memoria parla un canto

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Delilah Sharon Gutman è compositrice, pianista e cantante. Di origine italoamericana, nata a Madrid, vive a Milano e a Rimini dove, nel 2007, ha fondato e presiede l’Associazione Culturale DGMA. Si è diplomata in pianoforte, composizione e musica elettronica al Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano; ha studiato composizione con Bruno Zanolini, Niccolò Castiglioni e Alessandro Solbiati, musica elettronica con Riccardo Sinigaglia, e pianoforte con Lidia Baldecchi Arcuri; attualmente sta per conseguire la Laurea in Discipline Musicali-Composizione Teatrale, al Conservatorio “Gioacchino Rossini” di Pesaro, con Filippo Maria Caramazza, con l’opera “Jeanne e Dedò”, sul libretto di Manrico Murzi. Ha seguito master-classes con György Ligeti, Salvatore Sciarrino e Luca Francesconi. Studia canto con Sergio Bertocchi. Come pianista e cantante svolge attività solistica e cameristica in Italia e all’estero.

Come compositrice, Delilah Gutman conta, fino ad oggi, più di cento prime assolute in Italia ed all’estero, trasmissioni radio, pubblicazioni e diverse incisioni discografiche. L’incontriamo a Trieste, il giorno dopo aver proposto all’interno di Erev Laila di Davide Casali, assieme a Rephael Negri, “ITalYa”, per violino e voce. 

L’originale organico, voce e violino, crea nella sua unicità una nuova e suggestiva prospettiva, rara nel suo genere, che apre un inatteso orizzonte sonoro all’ascolto di canti conosciuti e canti nuovi all’orecchio dello spettatore. I canti di tradizione sono originali elaborazioni composte appositamente per il progetto da Delilah Gutman, per voce e violino, e da Rephael Negri, per violino solo.

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Delilah Gutman e Rephael Negri - ITalYa“La memoria parla un canto. Il concerto si articola nell’ambito di una narrazione, dove la parola parlata si incontra con la parola cantata”; Delilah, noi partiamo da qui – da questa frase della tua presentazione. Il tuo percorso, invece, da dov’è partito?

Sia io che Rephael Negri siamo di formazione accademica. Io mi sono formata in composizione e musica elettronica, Rephael in violino. In verità la voce ho iniziato ad adoperarla studiando per il percorso concertistico, dal 2010, quindi molto recentemente. La mia attività musicale invece è iniziata da adolescente. Il progetto ITalya – “Isola della rugiada divina”, la traduzione in ebraico di I Tal Ya – nasce da un interesse e amore per la tradizione ebraica, perché racconta le mie radici, perché trovo che in generale per intraprendere qualunque percorso bisogna conoscere le proprie radici. A prescindere dalla strada che poi s’intraprende. Conoscere, però, è importantissimo. Inizio quindi nel 2011 con Rephael a indagare i canti ebraici, seguendo un suggerimento di un maestro di Milano, Haim Baharier, uno dei maggiori studiosi di ermeneutica ebraica – maestro sia mio che di Rephael. Mi disse, in occasione di un concerto che stavo per fare, che, a sua opinione, avrei dovuto suonare con Rephael e iniziare dei progetti con lui perché trovava le nostre anime affini.

E per quanto poi nel campo musicale tu possa lavorare, a volte, anche con chi è lontano da te e diverso da te, quando senti due musicisti che hanno anime affini questo si percepisce. Hanno un modo di comunicare che va in una stessa direzione. Credo che sia questo l’elemento fondamentale, spirituale. Così abbiamo deciso di incontrarci e iniziare a sperimentare assieme, anche perché violino e voce è un abbinamento molto particolare, non comune.

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Difficile da preparare.

Difficilissimo, perché tutti e due gli strumenti non hanno un riferimento nell’intonazione. Quindi, fare riferimento l’uno all’altra è molto complesso. Devo dire che sia io che Rephael abbiamo, sia come solisti che insieme, un ottima capacità di avere un livello di intesa molto alto. E così è nato l’incontro con Rephael. L’incontro con la spiritualità, invece… c’è stato subito. È stata sempre presente in tutta la mia vita, e nella mia musica. Nella musica, la spiritualità è un dialogo con la trascendenza. Con la natura, con l’universo. Fare musica ha senso, per me, solo quando si coglie questo tipo di legame. Non è un legame religioso, ma un cercare, e trovare, quegli elementi che ti possano rivelare una prospettiva diversa.

Delilah Gutman e Rephael Negri - ITalYa - Erev Laila TriesteAttraverso una profonda ricerca storica, quindi.

Rispetto ai canti ebraici – l’ho ben compreso lavorando assieme a chi, come Davide Casali, e altri amici, quella profonda conoscenza della storia, della musica e tradizione ebraica ce l’ha veramente – io non ho ancora l’esperienza che vorrei, e quindi lavoro molto e ascolto molto loro e il loro consiglio per prepararmi. E così facendo ho acquisito, si, conoscenza nell’approccio ai canti, a quei canti. Capendone il contesto. Capendone l’esatto significato, capire ogni singolo suono. Come si pone la parola nella frase, non solo in senso musicale ma anche letterario; oppure che significato ha quel testo rispetto al periodo storico e all’ambiente religioso in cui è stato scritto, oppure rispetto a una determinata tradizione.

Com’è la risposta verso la cultura ebraica da parte di chi non la conosce?

Inizialmente c’è sempre una certa diffidenza. Se presento un concerto di canti ebraici, le persone manifestano diffidenza rispetto a un’abitudine che è quella che vede il canto come compreso nella parola: se non conosci la lingua, pensi di non poterlo apprezzare. È un pregiudizio, sul quale influisce anche il fatto che se un canto è di un’altra tradizione rispetto alla tua la comprensione e l’ascolto possono essere difficili. Questo pregiudizio può creare diffidenza prima di un concerto. Invece, se le persone vengono al concerto con la voglia di conoscere il tema, di apprezzare la musica, senza pensare al fatto che siano canti ebraici e senza temere che non si possano capire, l’apertura è grandissima. Tutte le persone che ho incontrato sono sempre venute a dirmi – sempre: ‘è incredibile, perché nonostante non conosciamo la lingua, non conosciamo la cultura, il repertorio, tu ci sveli di nuovo degli archetipi, ci sveli qualcosa che noi riusciamo a capire e che tocca la nostra dimensione spirituale’.

Quasi come se il fatto stesso di sapere che si tratta di cultura ebraica possa creare un blocco.

Saperlo può innescare il pregiudizio e creare un blocco che a livello musicale non esiste. Naturalmente non tutti apprezzeranno alla stessa maniera, ci sarà chi ne rimane più colpito e chi meno, però qualcosa si risveglierà. Non tutti i canti che proponiamo sono della tradizione ebraica, alcuni sono di altre identità culturali, alcuni sono stati scritti di recente, ma in tutti c’è un profondo richiamo alla tradizione più antica. Riescono ad aprire delle frontiere nell’ascoltatore.

Delilah Gutman e Rephael Negri - ITalYA al festival Erev Laila di TriesteIl tuo è un percorso di ricerca che segue il cammino stesso del popolo ebraico in Europa: Spagna, Germania. Italia.

Si. Si tratta di canti molto conosciuti: nel concerto, rispetto al disco, abbiamo scelto quelli più noti. Mi piace molto, in tutti i progetti che intraprendo, trovare dei legami con la mia vita reale: in tutti questi canti c’è sempre un elemento di essa, quella askenazita è la tradizione di mio padre, quella israeliana è degli ebrei in generale e quindi mia. Ai canti yemeniti mi sono avvicinata dopo un concerto in Israele … ogni canto mi arriva attraverso una storia, spesso attraverso persone che me lo suggeriscono, me lo fanno ascoltare. Attraverso – di nuovo – la trasmissione orale, in un certo senso. E poi, vado a cercare questo canto, cerco le fonti: c’è, magari, già la partitura, o solo una registrazione … però la scelta dei canti arriva attraverso le persone. E questo mi piace molto. È come se ogni canto mi raccontasse di qualcuno. L’Italia, poi, è culla della comunità ebraica più antica in Europa. Il percorso attraverso ITalYa narra anche di questa radice che fa del nostro paese una terra dove le culture si sono da sempre incontrate, scontrate e integrate, originando talvolta miti e nuovi repertori musicali. I Tal Ya: “l’isola della rugiada divina”. Il significato che voglio dare è quello che ci dobbiamo riappropriare della nostra Italia.

Nella tua formazione, come mai la musica elettronica?

L’ho incontrata presto, attorno ai quattordici anni. Per curiosità, mentre studiavo al Conservatorio di Milano. Ero andata a visitare lo studio di musica elettronica, che, una volta, destava sicuramente più curiosità rispetto al mondo digitale di oggi. Oggi è tutto contenuto in un computer, anche in qualcosa di più piccolo: una volta, tu entravi nello studio e con quello in un’architettura – nel senso che ti si presentava agli occhi una stanza straordinaria, entravi in un mondo fisico che era la musica stessa. L’elettronica nasce con l’analogico: chi ha avuto la fortuna di formarsi con l’analogico, e con il suono dell’analogico, riesce poi con il digitale e l’elaborazione a ottenere una finezza di suono diversa da chi si forma solo con il digitale. Ed è incredibile. Chi suona uno strumento musicale tradizionale, e usa poi l’elettronica, ha un rapporto diverso con la musica rispetto a chi fa solo elettronica con strumenti elettronici o elettroacustici. Così, per curiosità, è nato il mio interesse per l’elettronica, poi ho iniziato a imparare a utilizzare e gestire queste cose ed è andato avanti.
Da lì è iniziata anche una sperimentazione – con brani di sola elettronica, o elettronica utilizzata in altre produzioni strumentali: nel 2011, ad esempio, ho realizzato, con la produzione della  Camerata del Titano, “Acqua”…le musiche per uno spettacolo con la coreografia di Vittorio Colella per la Compagnia di Titanz- Artemis, una danza contemporanea con musica elettronica, viola e pianoforte – una sovrapposizione alternata d’elettronica e strumenti. A Milano, in luglio, per la prima volta alla Fabbrica del Vapore all’interno di Alma Mater di Yuval Avital, intorno a un’installazione di Michelangelo Pistoletto in architettura ex industriale, abbiamo sperimentato ‘De Sidera‘, un incontro tra improvvisazione elettronica e alcuni dei canti ebraici presentati in ITalYa a Trieste, con la mia voce, Rephael Negri al violino e Roberto Paci Dalò al clarinetto e live electronics. ‘De Sidera’ ma anche ‘de sideris’: ciò che desideri ma che è accompagnato, a volte contrastato, dalla forza dei pianeti e delle stelle.

Che cos’è ‘De Sidera’?

È un percorso sonoro legato alle voci: le voci di oggi, di chi cerca un’identità, di chi desidera un’identità, oltrepassare una frontiera, incontrare l’altro, incontrandosi e scontrandosi con l’integrazione e la conoscenza di altre lingue e altri suoni. Chiedevo, di recente, a un amico musulmano: ‘desidera’, in arabo, come lo pronunci?’ – e mi rispondeva: ‘come il gorgoglio dell’acqua, nella parte alta della faringe’. Molto, molto difficile. Ed è interessante, perché ci sono dei suoni che noi non siamo abituati a riconoscere e a produrre, prodotti in certi spazi della bocca che con il nostro linguaggio parlato non siamo abituati a usare. Questo significa che imparando ad ascoltare e a produrre suoni di altre culture veniamo a conoscenza di spazi di noi stessi che altrimenti ignoriamo.

Diverse culture, diverse lingue. Come vedi la situazione di convivenza – o di mancanza di convivenza e integrazione – proprio di diverse culture, la situazione che viviamo oggi?

Credo ci siano due problematiche: una italiana, e una che nasce nei paesi d’origine di chi scappa. Qui, in Italia, non c’è – ti dico quello che penso – la capacità, ancora, d’immaginare che cosa significa essere confinati in un luogo dove non c’è più niente. Non ci rendiamo conto di cosa significhi non avere dei documenti, o un permesso di soggiorno, un visto per uscire da un paese dove c’è la guerra e dove non c’è più la possibilità di costruire una famiglia, di andare a scuola, o di lavorare per la famiglia che hai. E tu non puoi andare via da quel territorio perché non hai un visto. Noi non abbiamo quest’idea di essere confinati, non la comprendiamo – anche se in un certo modo lo siamo anche noi. Però qui, bene o male, abbiamo un po’ tutto, quindi non lo percepiamo. Io percepisco un problema nostro di capire come integrare l’altro – che non è soltanto il dar da mangiare, ma anche il come dare una dignità umana, quella dignità che permette poi l’integrazione. Dall’altra parte, però … l’Occidente ha le sue responsabilità. Le armi, gli interessi economici: il fatto di aver portato via, in qualche modo, le persone da quelle terre. Credo quindi che ci dovrebbe essere un progetto per restituire quel che è stato tolto e metterli in grado di ricostruire. Ora siamo in un momento di massima violenza, ed è difficile farlo, non ho idea di come si possa fare. Ma dovremmo provare.

Se avessimo fiducia nel fatto che ogni cultura cela almeno un elemento in comune con la nostra, ci sentiremmo come in una caccia al tesoro e cercheremmo tutte le occasioni possibili per recuperare elementi che sono anche nostri. Conosceremmo, finalmente, l’altro. Prima di comunicare devi costruire un sistema di comunicazione: se io porto un messaggio a un cristiano, e lui lo porta a un islamico, in mancanza di un sistema concordato assieme questo messaggio non viene letto e compreso, e non si arriva mai a incontrarsi. Per me, la comunicazione è la ricerca del denominatore comune. Musicalmente e non solo.

Eravate già venuti a Trieste?

Eravamo già venuti qualche anno fa per la mostra su Andy Warhol; musicalmente, invece, è la prima volta. Splendida. La trovo sempre particolare, molto accogliente. Però con una comunicazione da esplorare, che è una cosa da mettere in conto per ogni luogo dove vai.

I tuoi prossimi progetti?

Nella prima metà di ottobre sarò ospite all’interno di un convegno di etica, nel monastero di Fonte Avellana, per un concerto dedicato ai canti di tradizione di diverse culture legate alle grandi religioni monoteistiche, con rappresentanti del Cristianesimo, dell’Ebraismo, dell’Islamismo. Non ci sarà Rephael, impegnato in Israele. Attraverso la musica possiamo affrontare ciò che c’è di più in comune: la sonorità, e l’amore. La forza dell’amore, che muove la conoscenza.

Adesso sto sperimentando l’utilizzo dell’Oud – del liuto arabo; sperimenterò anche le tabla indiane. Pensavo di creare un dialogo tra o uno o l’altro strumento, ora sto decidendo.

Cosa potresti dire a un giovane che si avvicina per la prima volta a una tradizione che non conosce, come può essere la tua? A un ragazzo che vorrebbe diventare, magari, un musicista?

Di essere curioso senza pregiudizi, di imparare ad ascoltare. Ascoltare non significa sentirsi, ma mettersi in ascolto dell’altro. Quando ascolti, non sei tu il tuo punto di riferimento, ma l’altro. E di cercare l’elemento in comune.

Grazie.

Roberto Srelz © centoParole Magazine – riproduzione riservata

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Rephael Negri vive a Milano ed è titolare della cattedra di violino presso il Conservatorio “Luca Marenzio” di Brescia, dove è nato e si è diplomato. Ha studiato con Valerio Pappalardo e con Enzo Porta, di cui è stato assistente al corso “Aspetti dell’espressione musicale dal ‘900 ad oggi” presso il Conservatorio “Arrigo Boito” di Parma, e si è perfezionato con Boris Belkin all’Accademia Chigiana di Siena, con Corrado Romano a Ginevra e Dora Schwarzberg. Ha vinto numerosi concorsi, tra i quali quelli di Genova, Roma, Taranto e Biella. Nel 2006 ha ricevuto il “Prix Anne Marie Bollo Rambaud”, a Moneglia. Suona nel “New Made Ensemble” e collabora con la “Jerusalem Baroque Orchestra”, l’ensemble “Barrocade” di Tel Aviv e l’ensemble “Ritmo e Anima” di Beer Sheva, in Israele; è il fondatore dell’ensemble “Estro Armonico”, che utilizza strumenti originali. Ha suonato per oltre un decennio con l’ensemble “Europa Galante” e con “La Risonanza”, “Zefiro”, e “Divino Sospiro” di Lisbona. Ha registrato esecuzioni per EMI, Opus 111, RAI, Dynamic, Radio France, BBC, Nippon TV. Si è esibito nelle sale concertistiche delle più importanti città del mondo.

ITalYa si inserisce nell’ambito del progetto di ricerca musicale – Musica, Arte e Poesia, MAP – che Delilah Gutman ha intrapreso sul repertorio etnico in relazione al linguaggio della musica classica d’occidente e alle arti.
Nello specifico, ITalYa traccia un percorso che, dai canti sefarditi a quelli askenaziti, dai canti yemeniti a quelli israeliani, segna una mappa sonora – un albero della vita – che Delilah Gutman ha iniziato a esplorare nel 2011, con la collaborazione di Rephael Negri. Il programma di ITalYa fa parte delle 26 tracce di un disco che Delilah Gutman e Rephael Negri hanno pubblicato nel dicembre 2014 con l’etichetta internazionale Stradivarius.

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Erev Laila - Delilah Gutman e Rephael Negri con Davide Casali a TriesteDavide Casali è l’ideatore e direttore artistico del festival Erev Laila di Trieste, giunto alla sua nona edizione. Davide, come nasce Erev Laila?

È un festival creato dal museo della comunità ebraica di Trieste e da Musica Libera per fare, d’estate – c’è sempre grossa richiesta – della musica tradizionale ebraica. Ogni estate proponiamo quattro appuntamenti, in cui si è inserita, di recente, anche la proposta del festival Ullmann, che propone temi legati alla Shoah. Il festival Erev Laila – ‘sera notte’ in lingua ebraica – non è strettamente legato alla Shoah, ma si lega alla cultura ebraica in generale, con proposte anche teatrali e artistiche a più largo respiro.

Davide Casali - festival Viktor Ullmann - Sala Tripcovich TriesteUn festival ideato da te, Davide?

Ormai nove anni fa. Avevamo già proposto alcune serate al museo della comunità ebraica di Trieste, e si è poi pensato di espandere la proposta di quelle stesse serate strutturandola diversamente. Il richiamo, la suggestione di una serata di musica dal vivo proprio nel momento in cui, d’estate, la sera diventa notte, era molto forte. Il pubblico di Erev Laila è di cento, centocinquanta persone: è la nostra dimensione, la dimensione del tipo di proposta che vogliamo creare, e quindi siamo molto soddisfatti.

Sempre al museo della comunità ebraica di Trieste?

Per un certo periodo il festival è stato itinerante, poi purtroppo sono venuti a mancare i finanziamenti.

Continuerete?

Certo. Spero di si. Lo staff è quello di Musica Libera: assieme a me ci sono Luisa Franco e Samuele Orlando. E tutti coloro che ci hanno aiutati, naturalmente, in tutte le iniziative che facciamo – e anche tu, con le tue foto e la costanza con cui hai seguito le nostre serate.

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Il tema del festival?

Il festival Erev Laila non ha temi particolari ma cerco, ogni anno, di trovare qualcosa che non sia solo musica Klezmer ma che porti al pubblico cose che non ha ancora potuto apprezzare. Cose curiose, cose che non si sentono spesso e che siano anche frutto di una ricerca culturale. Che siano di qualità.

Come vanno le cose della musica a Trieste?

Secondo me, bene: culturalmente e come risposta del pubblico, molto bene. Con pochi finanziamenti però, e questo è il problema vero: con un po’ d’attenzione in più si potrebbe fare molto altro. Tempo addietro c’era molta più disponibilità: ricordo il festival Klezmer di Gradisca, per rimanere in ambito locale, e qualche anno fa era possibile raggruppare otto, dieci appuntamenti. Ora riusciamo a farne due, tre e non di più. La disponibilità economica è molto più che dimezzata, e si vorrebbe mantenere la qualità allo stesso livello di prima, ma non è possibile.

Pensi che le cose possano migliorare?

Non credo. Temo di no. Spero di si, però … per la cultura, c’è poca attenzione. Vengono finanziate altre cose. A volte, cose vuote, che sono fatte di … molto colore, ma poca, o nessuna, sostanza. Però non è un’osservazione polemica, ma un pensiero, che non vuol essere quello del: ‘La mia cosa è importante, la tua no’. Un pensiero rivolto al futuro, perché bisognerebbe, credo, ritornare alla tutela della cultura musicale e anche di ciò che è di minoranza, pur che sia di qualità.

Come sei entrato in contatto con Delilah Gutman?

Ci conosciamo da tanti anni. Mi propose il suo progetto ITalYa, sapevo che lavorava da molto tempo e con molta cura al suo disco e le ho chiesto di mandarmelo appena pronto. L’ho ascoltato, mi è piaciuto molto e abbiamo pensato di proporre la sua musica qui, al nostro pubblico.È un disco molto bello: la sua voce è molto calma, e calda. Mi piace molto.

Quant’è grande la comunità ebraica in Italia?

Siamo circa venticinquemila. Cinquecento a Trieste. E, forse, fra questi cinquecento ci frequentiamo più assiduamente al massimo fra cento.

Molti meno di quello che si potrebbe pensare.

Si, è così. Gli Ebrei, in Italia, sono molti meno di ciò che si pensa. Gli artisti di cultura ebraica saranno, in tutta Italia, un centinaio. Da parte della cittadinanza non ebraica nei nostri confronti però c’è moltissimo interesse. Non sono i ‘numeri da stadio’, e quello è il problema che incontriamo nell’organizzazione dei nostri appuntamenti e nel richiedere i finanziamenti; ma dal punto di vista del riscontro, siamo molto felici.

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