Livio Cecchelin: una vita tra le note

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Livio Cecchelin Foto Nadia PastorcichLivio Cecchelin musicista e figlio del comico Angelo Cecchelin e dell’attrice e cantante Lilia Carini, nel corso della sua carriera artistica ha composto le musiche di molti spettacoli teatrali de La Contrada, ha lavorato presso la Rai del FVG, e ha fatto concerti in giro per il mondo, anche con grandi nomi della musica internazionale.

Lei ha avuto la fortuna di avere due genitori artisti; che aria si respirava a casa?

I miei genitori vivevano ognuno per conto suo. L’aria che si respirava era quella di persone con un gran darsi da fare per trovare idee nuove per le parti di mio padre, e musiche interessanti per mia madre, che era una cantante oltre che attrice.
Siccome mia madre era una cantante, era inevitabile che mi spingesse verso la musica, tanto più che io – fin da piccolo – mi divertivo a suonare qualche melodia ad orecchio. Mi madre mi ha così mandato da un preparatore, e poi ci sono stati dei momenti che ho interrotto gli studi musicali e poi li ho ripresi.

Quindi lei non è un autodidatta? Ha avuto degli insegnanti?

No, no, non sono un autodidatta, ho sempre avuto degli insegnanti di pianoforte; i primi due li ho avuti nel periodo delle elementari, poi sono capitato con il professor Guido Rota, che successivamente ha aperto una scuola a Las Vegas. Lui mi ha preso sotto la sua ala protettrice e mi ha presentato agli esami e così mi sono diplomato diventando Maestro di pianoforte. Poi ho continuato da solo; mi mettevo davanti alla tastiera e mi esercitavo. Ho continuato, non potevo fermarmi. Mio padre, a volte, mi spiava e, ogni tanto, mi dava qualche sua partitura.

Cosa le ha insegnato suo padre a livello professionale?

Ha cominciato col mettermi sul leggio le sue canzoncine, i suoi ritornelli, che poi, molte volte, prendeva già da canzoni affermate, cambiandone il testo. Io ero ancora digiuno di questo lavoro e non me la cavavo tanto bene: lui mi batteva sulle spalle e mi diceva: “Non te son ancora pronto!”, e così ho continuato a suonare, finché sono migliorato. Poi ho cominciato a girare il mondo e ho rivisto mio padre solo a Torino, quando non lavorava più. Al Teatro di Torino, gli avevano dato un ufficio che era il più piccolo del mondo: volevano tenerlo occupato in qualche modo, questo ex-grande artista che ormai era un uomo anziano che viveva della sua pensione. Quando ero andato a trovarlo, non riuscivo a stare in piedi nel suo ufficio da quanto fosse piccolo: c’era una scrivania e una sedia, e siccome lui era robusto, vicino non ce ne stava un’altra e allora gli ho detto: “Papà, ‘ndemo in osteria: qua non ghe stemo”. Siamo usciti e l’ho portato anche al night dove suonavo. Era contento, perché vedeva che stavo facendo bene il mio lavoro.

Lei ha visto recitare sua madre in teatro?

Mia madre, inizialmente, ha lavorato soprattutto alla Rai come attrice e come cantante. Da Roma – poiché lavorava molto – avevano suggerito di cambiarle nome e di chiamarla Lia Corradi per la prosa, e lasciare Lilia Carini per il canto; e poi c’era anche un terzo nome…non so per quale occasione.

Lilia CariniMa qual è il vero nome di sua madre?

Margherita Naccari. Mia madre ha cominciato con il primo allestimento de La Contrada con Orazio Bobbio ed Ariella Reggio che hanno fatto lo spettacolo teatrale “A casa tra un poco” di Roberto Damiani e Claudio Grisancich (1976) nel Teatro Auditorium.
Il secondo lavoro teatrale molto impegnativo al quale ha partecipato mia madre è stato “Un sial per Carlotta” – l’aveva scritto Ninì Perno. Il protagonista maschile era Sergio Endrigo, mentre la protagonista femminile era Giorgia Trasselli – la cameriera di “Casa Vianello”. È stato un grande successo. Mia madre ha lavorato con questo grande cantante, che però, in quegli anni, non cantava più: non riusciva a sentirsi. Dopo sono venuti, uno dietro l’altro, i successi di Carpinteri e Faraguna. Mia madre ha poi partecipato a tutti i “Campanon” della radio e agli spettacoli teatrali – sempre di Carpinteri e Faraguna – ridotti un po’ da Bobbio e un po’ da Macedonio.
Il primo spettacolo di Carpinteri e Faraguna è stato “Due paia di calze di seta di Vienna” , un successone che abbiamo portato anche in Australia. La fila per acquistare il biglietto era lunghissima: faceva il giro di tutta la casa. La compagnia ha avuto tante soddisfazioni e, per non so quanto tempo, ha avuto il tutto esaurito. Mia madre c’era e questa volta c’ero anch’io, ad accompagnarla al pianoforte.

Lei suonava dal vivo?

Sì, sì dal vivo, cioè non sempre: certe cose non si possono fare dal vivo, vengono registrate e poi si immettono nel testo quando servono. Molte volte io e mia madre abbiamo lavorato insieme alla Rai: abbiamo fatto quarantacinque commedie in tre anni di Angelo Cecchelin – ogni anno quindici. L’ho sempre accompagnata per tutti questi tre anni; poi, un giorno, mia mamma – quasi ottantenne – ha dovuto fermarsi, perché non si sentiva tanto bene e le avevano sconsigliato di lavorare avanti. Così si è ritirata.

In che periodo ha iniziato a lavorare per La Contrada?

Il debutto del mio primo lavoro, “Due paia di calze di seta di Vienna”, è stato nel 1986; siamo andati avanti con lo spettacolo per più di un mese e poi ho continuato a lavorare per anni con La Contrada, ma soprattutto alla Rai, dove c’erano tante cose da fare: le commedie di Cecchelin, Carpinteri e Faraguna, le opere liriche spiegate al popolo, la musica leggera che facevamo con l’orchestrina.

Nel periodo dell’occupazione degli alleati, lei suonava qua a Trieste?

Sì, ho cominciato al Night club de Catina, un locale frequentatissimo dagli alleati, e poi al Savoia – anche quello occupato dagli alleati – e in tanti altri posti. Dopo ho preso il volo: ho cominciato a viaggiare con un impresario fiorentino prima con un trio, poi con un quartetto, e poi con un quintetto; infine sono diventato capo del quintetto-sestetto e in seguito abbiamo lavorato con i grandi nomi della musica come Jacques Brel e Joséphine Baker.

Com’era Jacques Brel?

Con Brel, all’inizio, avevano tutti riguardo; dopo mezz’ora avevamo subito capito che era uno come noi. Era un ragazzo che amava la vita, l’avventura e le donne; era sempre sorridente e molto ottimista, ma ogni tanto si metteva nei guai: prendeva il trimarano e se ne andava, senza porsi problemi, poi però riuscivano a “ripescarlo”. Ne ha fatte di tutti i colori: a volte, scappava con l’areo, che guidava lui, e capitava spesso che si perdesse e allora lo andavano a cercare, ma nel frattempo magari dormiva tranquillamente nella sua camera.

Mentre Joséphine Baker?

Joséphine Baker, invece, era una donna che aveva avuto un grande successo negli anni del Charleston; aveva cominciato a ballare indossando gonnellini di banane. Certo, erano tutte belle idee, ma gli anni passano… Lei, imperterrita, ha continuato a lavorare, non so se è stato un bene o un male. La gente non veniva più a vederla e allora – geniale – ha fatto una mossa che ha attirato su di lei l’attenzione di tutto il mondo: si è presa un bambino per ogni razza e lo ha adottato; tutti diversi per dare l’impressione che fossero sotto la sua tutela, come un campionario di gente di tutto il mondo che doveva crescere insieme. Questa mossa, però, era strategica: lei non aveva soldi e per crescere i bambini ne servivano molti, ma lei si “lavava le mani” dicendo alla segretaria – che io conoscevo bene – di chiamare il sindaco e chiedere aiuto. È andata avanti così finché è durata.
Joséphine Baker è legata, in qualche modo, a Trieste: il pianista compositore triestino Bruno Bidoli aveva avuto un discreto successo con la sua canzone in dialetto “Te vojo ben” – in italiano “L’eterno ritornello” – che Joséphine, dopo averla sentita, l’aveva lanciata in Francia cambiandone il testo (“Te voyo benn” n.d.s); non era più una canzone dedicata alla persona amata, bensì ai genitori. La sua è stata un’idea geniale, e ha così aiutato un po’ Bidoli, che era quasi alla fame. Joséphine aveva poi portato la canzone negli Stati Uniti dove, nuovamente, il testo è stato cambiato in inglese e introdotto nelle scuole. Ancora oggi i ragazzi delle prime classi la cantano al papà e alla mamma. Purtroppo, la valanga di soldi che arrivava, grazie a questa canzone, non l’ha presa Bidoli: nel frattempo, era morto povero e ha avuto la sfortuna di perdere anche quest’ultima occasione.

Lei ha conosciuto Lelio Luttazzi?

Sì, Lelio aveva un’onestà di fondo, ma qualche volta era un po’ permaloso. Dopo la collaborazione con Teddy Reno – che non è durata molto – ha iniziato a lavorare in televisione e ha raggiunto un grado di presenze da far invidia. Lo chiamavano dappertutto; gli avevano insegnato a ballare e quando ballava non aveva niente da invidiare ai veri ballerini. È stato bravissimo, per questo era conteso, era richiesto da tutti. Ma dopo l’accaduto con Walter Chiari, si era allontanato dalle scene odiando un po’ tutti. Come grido di protesta ha realizzato un film contro gli errori della magistratura. Poi con la seconda moglie si è rifugiato in una specie di castelletto fuori Roma.
L’ho rivisto dopo tanti anni qui a Trieste e abbiamo suonato insieme e lui mi ha detto: “Fammi morire a Trieste”. Allora ho cercato di dargli una mano e di trovargli una casa; poi però non si è concluso nulla. Alla fine qualcuno si è interessato a lui e gli ha trovato l’appartamento in Piazza Unità.

Che mi dice di Francesco Macedonio?

Prima di tutto Macedonio era un grande regista. Non eravamo abituati ad avere grandi registi stabili: i buoni registi venivano e se ne andavano dopo qualche spettacolo; invece lui, Macedonio faceva il maestro elementare e poi lavorava anche alla Contrada, dov’è rimasto per venticinque anni. Ha fatto dei bei lavori. Quando si è ritirato, è stata organizzata una serata dove c’erano tutti i registi italiani; tutti avevano visto qualcosa di Macedonio e lo stimavano. Io sono stato il suo collaboratore musicale per tutto questo tempo; lavoravo anche a casa: rifacevo le musiche come voleva lui, le cambiavo. Era uno che faceva lavorare molto, e questo era bello.

Livio e Angelo CecchelinAngelo Cecchelin, com’era come papà?

Era un ottimo papà, ma un po’ sbadato; questa impressione la condivido con mio fratello Guido, che viveva con lui, io invece, stavo da un’altra parte, con mia madre. Mio papà aveva sempre la testa fra le nuvole: quando interrogava Guido, su una materia scolastica non lo ascoltava, pensava ad altro, si distraeva. Un altro aneddoto simpatico che testimonia la sua distrazione è che, mentre mangiava e parlava alla sua compagna, Jole Silvani, alla fine del pasto le diceva: “Niobe (Niobe Quaiatti, il vero nome di Jole Silvani. n.d.s), bon sa! Cossa iera? Carne o pesse?”. E lei – che era spiritosa – gli rispondeva: “Angioleto, che sodisfazion che xe far de magnar a ti!”.
Mio padre inseguiva sempre la sua idea, e non aveva paura di parlare: parlava ad alta voce, anche quando non si poteva. Lui era abituato a farsi sentire, parlando piano, anche in loggione.

Ha qualche altro ricordo legato a suo padre?

Sì, sempre legato al fatto che parlava ad alta voce. Mio padre mi portava sempre con sé durante gli intervalli dei film – duravano un’ora e mezza circa – a prendere l’aranciata. Naturalmente tutti lo fermavano per offrirgli qualcosa da bere. Un giorno, in via San Nicolò ci siamo imbattuti in Saba – eravamo vicino alla sua bottega – e mio papà si è messo sull’attenti e l’ha chiamato “Professore” – a me, questa cosa, sembrava strana. Saba quando l’ha visto ha fatto un passetto indietro, e mio padre ha cominciato a dirgli: “La capissi professor, noi non podemo andar avanti cussì, no i vol capir che gavemo zà perso la guera…”; Saba indietreggiava: non voleva che lo sentissero parlare della guerra (lui era ebreo, n.d.s.) e mio padre lo rincorreva continuando: “La capissi, go sentido che qua in giro, i xe tuti pronti, che stemo per finir, xe ora che i buti via le armi, gavemo perso…”. Saba ad un certo punto lo ha zittito: “Shhh pian, piano” – pareva dirigesse l’Adagio di Albinoni (sorride). Siccome mio papà andava avanti, Saba si è messo a correre senza salutarlo. E mio padre: “Professor parlemo un altro momento!”, ed io ho chiesto a mio padre: “Profesor, de scola?”, e lui: “No, no. Questo xe un poeta”. Io di poeti conoscevo solo Adolfo Leghissa che si vestiva da poeta: cappello con la falda, la sciarpa (intorno al collo), mantellina, il pizzo sul mento; mentre Saba vestiva un principe di Galles. Ho continuato dicendo a mio padre: “Ma xe come il poeta Leghissa?”, e mio papà a me: “No, no sto qua scrivi in lingua”.

Una frase di suo padre che ricorda?

Un comico che rinuncia alle proprie battute è un vinto.

Un simpatico avvenimento della sua infanzia?

È legato a mio padre: abitava al sesto piano, in una mansarda dove c’era un abbaino, che lui apriva quando suonava l’allarme antiaereo; usciva dall’abbaino a mezza vita e con il binocolo guardava gli aerei e dava il notiziario: “Ah, ah bombardano el porto, te sa?”, e noi impauriti lo chiamavamo dentro e lui: “A mi no i me fa niente”. Era come Rommel fuori dal carro armato (sorride).

Che musica le piace ascoltare?

Mi piace ascoltare molto la musica americana, la musica classica – specialmente adesso che si esibiscono dei giganti della direzione – e poi mi piace anche il jazz, che ho fatto per sei-sette anni, ma ho guadagnato così poco che ho smesso; si vede che non ero tanto bravo (sorride). Mio fratello Guido suona il trombone e la sua massima esibizione è stata una serata con Louis Armstrong.

Lei che ha fatto varietà ha anche recitato o soltanto suonato?

No, non ho mai recitato, ma ho accompagnato moltissimi spettacoli di varietà. Ho sempre suonato tanto, poi ho messo su un quintetto d’attrazione, e ho girato un po’ il mondo: Francia, Germania, Svizzera, Belgio, Teheran (Iran), dove ci sono stato per quasi un anno, lavorando per lo Scià e precisamente per la “Pahlavi Foundation”. Mentre con La Contrada siamo andati in Australia, dove per una quindicina di giorni facevamo anche un incontro preparatorio allo spettacolo “Due paia di calze di seta di Vienna” a base di musica, per attirare la gente a teatro.

Qui a Trieste, c’erano tante persone che seguivano il varietà?

Sì, tante. Cecchelin, oltre ad essere stato bravo, geniale, ha avuto la fortuna che ci fosse tanta miseria e tanta tristezza fuori dal teatro, alla radio, nei notiziari, nei giornali e la gente aveva bisogno di distrarsi e allora dove andava? Andava a vedere mio padre al Teatro Filodrammatico: era sempre pieno. In quel periodo c’era anche Berto De Rosè, che aveva lavorato con mio padre ma poi ha continuato al Teatro Armonia in via Madonnina – dove mio papà non ha mai messo piede. Angelo Cecchelin è stato anche furbo ed ha capito presto che i dischi potevano fare e disfare un attore e ne ha incisi tantissimi, mentre De Rosè diceva: “Cossa mi andrò a far i dischi a Milan? Che i vegni lori qua, se i vol scoltarme”. Lui aveva questa mentalità e non ha mai fatto neanche un disco. Comunque tornando al teatro, a quei tempi la gente aveva bisogno di ridere e per farlo andava a vedere gli spettacoli. Temo che stiamo vivendo una situazione simile e che presto la stessa cosa succederà anche noi, però c’è poca voglia di andare a teatro, questa è la differenza.

Che consiglio darebbe ai giovani che vogliono intraprendere la carriera musicale?

La prima cosa è scegliere lo strumento giusto, anche se la scelta è difficile: se si sbaglia, si perdono anni ed è un peccato. Poi bisogna decidere quale genere musicale seguire, che musica vogliamo fare. E infine cosa con quello strumento e con quella musica si potrà raggiungere. Cosa possono fare i giovani? Studiare bene e sperare, perché oggi si studia, ci si prepara e si spera, invece ai miei tempi si studiava, ci si preparava e dopo si entrava subito al lavoro. In questo momento sto seguendo un ragazzo, ma più che prepararlo musicalmente, gli parlo molto e gli do qualche consiglio.

 

Ringrazio Livio Cecchelin per l’interessante chiacchierata.

Nadia Pastorcich © centoParole Magazine – riproduzione riservata

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